
Ora vi scriverò una cosa per cui vi domanderete: “ma allora prendi in giro le persone?”
Perché vi scrivo questo (lo penso da sempre, ne ho parlato recentemente con una delle mie colleghe e ne ho riparlato ieri con una delle mie ragazze): io non lo so se le persone iniziano a stare meglio PER la terapia.
Posso io sapere se una persona che segue un percorso di terapia starà bene PER quel percorso?
No, non lo posso sapere. E sapete perché?
Perché nel frattempo la persona vive.
Non è una variabile che posso isolare. Si relaziona con i suoi cari, va al lavoro o a scuola. Si arrabbia, si annoia, ama.
E poi a questo si aggiunge la terapia. E tutto diventa “chimica”. Un miscuglio di elementi che iniziano a reagire insieme, a trasformarsi, a vibrare. Un miscuglio a cui, certo, aggiungiamo risorse il più possibile, in coscienza e formazione, utili e preziose.
E se già il tutto non fosse abbastanza poco definibile ci si mette il terapeuta che, a sua volta, è persona che ogni giorno vive e si trasforma.
Noi terapeuti non dovremmo mai dimenticare di non nutrire il nostro ego con la certezza che la persona stia meglio PER la terapia.
Con certezza però posso dire che la persona può stare meglio CON la terapia… Vi pare poco?
