Il terapeuta è “perfetto”?

I professionisti dell’aiuto, del sostegno, della relazione, devono essere “perfetti”?
Devono essere “risolti” totalmente?
Questi interrogativi sono circolati spesso con due delle mie ragazze che nella vita hanno intrapreso percorsi di formazione per svolgere un domani professioni a sostegno degli altri e che non si sentono mai adeguate perché “se sono dallo psicologo e non sono in equilibrio io evidentemente non posso essere adatta ad aiutare”.
Direi che sia scontato dirvi quanto queste riflessioni mi tocchino direttamente visto quello che faccio ogni giorno e quanto me le riveda ogni volta in cui loro le portano a me.
Immagino che io non sveli nulla condividendo con voi il fatto che noi terapeuti abbiamo vite che sono tutt’altro che perfette!
Che poi…quale vita può definirsi perfetta? Da quale punto di vista?
Certo, quello che è fondamentale è che il terapeuta, o chi comunque svolge una professione di aiuto in ambito sanitario o sociale, abbiano più che ben chiaro quanto sia importante “tenersi d’occhio”, lavorare su di sé sempre. Che siano allenati a rendersi immediatamente conto se qualcosa del loro personale interferisce con il loro lavoro. Questo è imprescindibile per poter essere buoni professionisti.
Ma per il resto abbiamo emozioni come tutti. Certo, abbiamo strumenti per sentirle, guardarle, capirle e scegliere come reagire. Abbiamo conoscenze, sappiamo citare autori e meccanismi.
Ma viviamo relazioni, dolori, situazioni e gioie come tutti.
Facciamo a volte pasticci come tutti.
Non sempre reagiamo nel modo più conveniente e non sempre, nelle nostre vite l’orizzonte e la direzione ci sono chiari immediatamente.
Agiamo meccanismi di difesa, ci arrabbiamo se qualcuno ci supera in coda alle poste, abbiamo giornate in cui ci alziamo con il piede sbagliato e non riusciamo a raddrizzarle!
Ma dobbiamo garantire, nei nostri studi con le nostre persone, di essere sempre responsabili di questo.
Questo si.
Ma poi, non è in fondo il nostro essere persone, incasinate a volte come tutti, che ci rende (insieme all’indispensabile preparazione) capaci di entrare in relazione in modo empatico?
Come potremmo capire la rabbia dell’altro se non ci permettessimo di viverla e conoscerla?
Come potremmo capire la paura dell’altro se non ci permettessimo mai di sentire le nostre paure?
Jung diceva “Il terapeuta non può cercare di eludere le proprie difficoltà curando quelle degli altri, come se egli non avesse problemi”. Con lui l’analisi fa un grande salto rispetto alla posizione freudiana che vedeva il terapeuta come una sorta di “specchio opaco” che rifletteva ciò che il paziente esprimeva.
Con Jung passiamo dall’immagine del guaritore senza ferite a quella del “guaritore ferito, che usa le proprie ferite per entrare in contatto con il paziente”. Passiamo da un’immagine di terapeuta più “asettico ed esterno” ad un’immagine di terapia che vede il rapporto tra terapeuta e paziente “come la mescolanza di due sostanze chimiche: un legame può trasformarle entrambe”.
E se il processo terapeutico è il risultato di una trasformazione “chimica” che avviene nella relazione come possiamo pensare che possa esistere un terapeuta “perfetto” che conosce a priori la terapia “perfetta” per i propri pazienti?